Dal 4 marzo al 23 maggio 2026 l’artista britannico Jason Martin celebra il sessantesimo anno della galleria.
Vertice, apice, sommità, ma anche punto di svolta: questo è l’obiettivo evocato dal titolo della mostra e che viene pienamente raggiunto. Si tratta di otto opere di forte impatto, realizzate attraverso intense trame cromatiche e tre materiali principali: alluminio, luce e pittura ad olio che, uniti, danno origine a superfici quasi sonore, tattili, da gustare e assaporare con lo sguardo. Il tratto dell’artista è riconoscibile, coerente, ma aggiornato. Le forme, invece, sono indecifrabili – o meglio – sfuggono a una lettura univoca, offrendosi alla libera interpretazione di chi le guarda. Basti pensare che Jason Martin (Jersey, Gran Bretagna, 1970), poco meno che trentenne, frequenta la Goldsmith di Londra e si unisce ai YBA: entrambe esperienze che hanno contribuito a costruire il suo gusto, il suo amore per lo studio e la sperimentazione. Ogni lavoro realizzato è materia viva e vibrante, inesauribile, che ci spinge a continuare a guardare. «Nei miei lavori il colore è essenzialmente struttura e non decorazione, la materia diventa viscerale, erotica, sperimentale», sostiene Martin; sono opere in cui lo spessore sfida la compostezza e la superficie diventa performativa.
Un esempio è Tantra, che richiama un’esigenza spirituale: sfidare la percezione mettendola alla prova e aprendo la mente verso una conoscenza infinita, senza confini, rompendo i vincoli per come tradizionalmente intesi. Dentro queste sfumature ci si può tuffare, nuotare, annegare, ma pur sempre risalire, diversi, cambiati, sconnessi dai protocolli e riconnessi all’essenziale. E proprio qui sta la forza della mostra: nel trasformare la pittura in un’esperienza fisica prima ancora che visiva. Le superfici lavorate da Jason Martin non si limitano a riflettere la luce, ma sembrano catturarla e restituirla in vibrazioni continue, come se il colore respirasse. Muovendosi nello spazio della Galleria Christian Stein, l’occhio è costretto a cambiare distanza, angolazione, ritmo dello sguardo: ogni passo modifica la percezione dell’opera e apre nuove possibilità di lettura.
Il titolo Vertex diventa allora qualcosa di più di una metafora. È il punto in cui convergono sessant’anni di attività della galleria e la ricerca di un artista che da tempo indaga i limiti della pittura. Non più superficie piatta, ma corpo, rilievo, quasi paesaggio. L’alluminio amplifica la luce, l’olio modula creste e flussi cromatici, mentre la materia si manifesta come una forza naturale. In questo dialogo tra controllo e abbandono, tra gesto e struttura, le opere non chiedono di essere decifrate ma attraversate. Non c’è un’immagine da riconoscere, ma un campo di energia da abitare. Ed è forse proprio questo il vertice a cui la mostra conduce: un momento in cui la pittura smette di rappresentare qualcosa e diventa, semplicemente, esperienza.
Non meno incisivo è Virgo, dove il campo visivo resta aperto a molteplici interpretazioni: ancora una volta, Jason Martin invita lo spettatore a interrogarsi, a porsi domande. In quest’opera, la pittura crea striature materiche che mutano aspetto a seconda della luce e del punto di osservazione, catturando i riflessi del metallo sottostante e producendo un effetto quasi dinamico, come se la superficie fosse in costante movimento. Tutto ciò conferisce all’opera una qualità tattile, come se fosse modellata a rilievo, e al contempo immersiva, poiché lo sguardo scivola tra le pieghe di un colore coerente nella sua instabilità e privo di riferimenti a un’immagine definita.
Un ulteriore elemento da non sottovalutare è il rapporto dell’artista con la natura, ancora oggi alimentato dalle giornate trascorse nella regione dell’Alentejo, ricca di biodiversità. «Fino alla mia adolescenza non avevo mai visto un orizzonte che non fosse il punto d’incontro tra cielo e mare. Ero esposto al dramma di un ambiente influenzato per sempre dagli elementi naturali», racconta Martin. Il Portogallo, con le sue coste aperte sull’Atlantico e la luce mutevole dell’oceano, rappresenta per l’artista una fonte inesauribile di stimoli visivi e sensoriali. Qui Martin continua a sviluppare una pratica pittorica profondamente fisica, in cui il gesto e la materia dialogano con il ricordo di quegli orizzonti marini che hanno segnato la sua infanzia. In questo modo, la natura non è solo un tema o un riferimento iconografico, ma una presenza costante che guida il processo creativo: una forza silenziosa che, dalle scogliere dell’infanzia fino al presente, continua a orientare lo sguardo e il lavoro dell’artista. Il dipinto diviene, dunque, un oggetto quasi scultoreo, che coinvolge lo spazio, la mente e il corpo dello spettatore che finalmente sperimenta cosa significhi raggiungere il vertex.