Abitare l’immagine: Man Ray e la soglia di Cœur à barbe

Spazio Morgagni, 20–30 aprile 2026

Litografia di Man Ray appesa a una parete di legno
Man Ray, Cœur à barbe, Spazio Morgagni. Opere da Galleria Gió Marconi.

La mostra Cœur à barbe è stata ospitata da Spazio Morgagni dal 20 al 30 aprile 2026. Man Ray appare sottratto alla monumentalità museale e riportato a una dimensione quasi domestica, fatta di attraversamenti, dettagli e prossimità. La selezione di multipli, fotografie, litografie, film e libri d’artista provenienti da Galleria Gió Marconi costruisce qualcosa di raro: non l’impressione di aver visto una mostra su Man Ray, ma la sensazione di aver attraversato un sistema di relazioni in cui le immagini continuano a spostarsi, anche dopo la visita, ritrovando una sorprendente attualità.

Il titolo richiama l’episodio storico che segnò la tensione tra Dada e Surrealismo, ma qui quella frattura sembra tradursi in una questione spaziale: come abitare un’immagine senza chiuderla in un significato definitivo. Spazio Morgagni, ex Gino Barbiere, conserva una memoria concreta, quasi tattile, che rende impossibile separare le opere dal luogo che le ospita.

L’ingresso produce immediatamente una sensazione di prossimità. Non esiste una distanza protetta tra osservatore e opera: il percorso invita a muoversi lateralmente, a sostare, a riconsiderare continuamente il punto di vista. In questo contesto, lavori come Autoportrait avec moitié barbe, Cadeau e À l’heure de l’observatoire – Les Amoureux smettono di apparire come immagini canoniche del repertorio surrealista e diventano presenze che modificano la percezione dell’ambiente, alterando il ritmo dello sguardo.

Particolarmente significativa è la presenza di Unité de Saint-Jean-de-Luz, litografia a colori che introduce una dimensione meno prevedibile della ricerca di Man Ray. Qui il colore agisce come materia mentale, mentre il gesto trattiene qualcosa di immediato e irrisolto.

La presenza dell’opera grazie a Galleria Gió Marconi apre inoltre una riflessione sul ruolo del collezionismo italiano, in cui la provenienza delle opere non rimane un dato secondario, ma piuttosto contribuisce a definire una geografia culturale fatta di passaggi, eredità e permanenze.