Entrando negli spazi di ArtNoble Gallery si ha l’impressione di essere davanti a un sogno: quello di Amparo Viau.
Su un foglio lungo 40 metri, l’immaginario dell’artista accoglie immediatamente lo sguardo del visitatore, coinvolgendolo in un percorso onirico fatto di corpi, colori ed emozioni,
tanto negative quanto positive.
È un’immersione totale, quasi ipnotica, in cui ogni dettaglio sembra pulsare di una vita propria, invitando chi osserva a rallentare e a perdersi tra le pieghe dell’opera.
È così che il lavoro assume un carattere profondamente performativo: i corpi sembrano animarsi e muoversi davanti ai nostri occhi, come se attraversassero lo spazio reale per invaderlo,
riempiendo la stanza di una presenza vibrante e inquieta.
La linea diventa gesto, il colore si fa energia, e l’intera composizione si trasforma in una sorta di teatro visivo in continua trasformazione.
Cromie accese e simbolismi stratificati si intrecciano in una narrazione visiva che affronta, in maniera radicale, il concetto di “buon gusto” occidentale.
Più che rifiutarlo apertamente, l’artista sembra giocare con esso, destabilizzarlo, quasi deriderlo, per poi interrogarlo e riformularlo da una prospettiva altra, libera e non addomesticata.
In questo modo, l’opera non si limita a essere osservata, ma chiede di essere attraversata, messa in discussione, vissuta come un’esperienza sensoriale e critica insieme.
Più che presentarsi allo sguardo, il lavoro chiede di essere percorso. Il lungo sviluppo dell’immagine non consente una visione simultanea: obbliga a un tempo, a una durata, a una costruzione progressiva del senso.
Ciò che si vede è sempre parziale, sempre in relazione a ciò che è già stato attraversato o che deve ancora emergere. In questo scarto continuo tra presenza e memoria, il disegno perde la sua stabilità e diventa esperienza.
All’interno di questo spazio mobile, il corpo occupa una posizione centrale, ma non come forma compiuta. Le figure di Viau non si offrono mai come unità autonome: si intrecciano, si sovrappongono, si disperdono.
Sono corpi che esistono nella relazione, più che nella definizione. Ogni gesto sembra trattenuto in una condizione di sospensione, come se l’immagine registrasse non tanto un’azione, quanto la sua possibilità.
Ne deriva una qualità profondamente ambigua: le scene sembrano sul punto di organizzarsi in racconto, ma qualcosa continuamente le sottrae a una narrazione lineare.
È una logica che ricorda il montaggio, ma privata di una direzione conclusiva. Le immagini non conducono, insistono. Tornano, si deformano, si riattivano.
Il tempo, più che scorrere, si accumula. Anche la struttura dell’installazione non introduce gerarchie o punti di arrivo. Le variazioni tra densità e rarefazione, tra concentrazione figurativa ed espansione del colore,
non segnano uno sviluppo, ma una trasformazione continua. Non c’è un prima e un dopo, ma una serie di passaggi in cui l’immagine sembra ogni volta rimettersi in gioco, come se non potesse mai fissarsi definitivamente.
Dunque, l’opera si presenta come un ambiente più che come un’immagine: un tracciato continuo che sottrae il disegno alla logica della frontalità e della visione simultanea, imponendo invece una fruizione sequenziale e situata.
Ed è forse qui che il lavoro trova la sua forma più incisiva: non nell’offrire nuove immagini fisse, ma nel rendere instabile la possibilità stessa di riconoscerle come tali.
Un secreto se apaga
entre mis manos
Amparo Viau. Un secreto se apaga entre mis manos si configura come campo-spazio espanso e tempo percorribile.
Amparo Viau. Un secreto se apaga entre mis manos si configura come campo-spazio espanso e tempo percorribile.