Varcare la soglia, ri-trovare le mappe: Beirut si riscrive in via della Spiga

Shifting Crossroads | Beirut Contemporary, Circolo, 23 marzo – 3 luglio 2026

Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, Waiting for the Barbarians, 2013
Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Waiting for the Barbarians, 2013, fotografia animata, suono, fonti multiple, formato video HD, 4 min 26.

Una piattaforma corale di memorie stratificate, identità fluide e pratiche dell’arte contemporanea libanese.

Entrando nello spazio Circolo in via della Spiga 48 a Milano lo stupore lascia spazio ad ogni dubbio. Ad aprire la porta è Nicole Saikalis Bay, fondatrice dello stesso e mecenate, collezionista, architetta. Dal 23 marzo al 3 luglio 2026 la mostra collettiva Shifting Crossroads | Beirut Contemporary riunisce le opere di Catherine Cattaruzza, Simone Fattal, Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Mona Hatoum, Lamia Joreige, Omar Mismar, Rabih Mroué, Stéphanie Saadé, Soraya Salwan Hammoud e Akram Zaatari.

Ciò che si dispiega all’interno dello spazio è una città che non si offre mai come totalità, ma come campo di stratificazioni e attriti, dove il tempo non scorre in linea retta ma si addensa, ritorna, si incrina. Disegni, tessuti, video, scultura, fotografie, materiali naturali e documenti recuperati in diversi archivi configurano il progetto come una cartografia dinamica, in cui le pratiche artistiche si intrecciano dando forma a narrazioni plurali, spesso frammentate, che interrogano la storia e le sue sedimentazioni. Beirut emerge non come immagine univoca, ma come campo di tensioni: città reale e al contempo spazio simbolico, attraversato da memorie individuali e collettive, da conflitti, perdite e possibilità di riscrittura. Le opere in mostra operano per slittamenti, evocazioni e stratificazioni, restituendo una costellazione di sguardi che sfuggono a ogni tentativo di fissità identitaria. In questo senso, la mostra Shifting Crossroads | Beirut Contemporary si configura come un esercizio di attenzione: un invito a riconsiderare le forme attraverso cui leggiamo il mondo, a sostare nell’incertezza senza ridurla. Beirut, qui, non è soltanto un referente geografico, ma una figura critica: un modo di interrogare il presente, di mantenere aperta la possibilità del comune, là dove ogni definizione resta, inevitabilmente, provvisoria. Dunque, attraversare la mostra è come attraversare la città stessa: ogni passo rivela nuove tracce, nuovi strati di significato. Beirut emerge come città-palinsesto, crocevia culturale dove il passato è leggibile ma mai definitivo, e il presente continua a scrivere nuove narrazioni. È una città di soglie, di punti instabili che invitano a fermarsi, osservare e ascoltare, dove ciò che sembra frattura diventa occasione per reinventare relazioni e connessioni.

In Waiting for the Barbarians (2013) di Joana Hadjithomas & Khalil Joreige, Beirut si muove lentamente davanti agli occhi di chi guarda. All’inizio tutto sembra fermo: strade vuote, edifici immobili, angoli nascosti che si piegano appena alla luce. Poi, a poco a poco, le immagini stratificate si animano. Un dettaglio emerge, una crepa si apre, un movimento leggero suggerisce che la città respira, che il tempo è sospeso tra attesa e possibilità. La voce di C.P. Cavafy, dalla cui poesia prende spunto il progetto sopracitato, si insinua tra le immagini, legando passato e presente, evocando attese che forse non si compiranno mai, e nello stesso tempo rivelando bellezza inattesa in spazi nascosti. Ogni fotogramma si dissolve e si ricompone, ogni panorama diventa palinsesto: memoria e futuro si sovrappongono, si interrompono, si trasformano, e Beirut appare come organismo vivo, fragile e potente insieme. Non è una storia lineare. È un flusso. Un viaggio tra fratture, tensioni, piccole meraviglie. Le immagini respirano, oscillano tra quiete e movimento, invitando chi guarda a muoversi con lo sguardo, a sentire la città pulsare sotto la superficie. Ogni angolo custodisce un frammento di memoria, ogni luce inattesa un segno di possibilità. In questo video, Hadjithomas & Joreige trasformano l’osservazione in esperienza: l’instabilità diventa percezione, la sospensione diventa spazio di contemplazione. Beirut non è solo vista, è sentita. E in quell’attesa, in quel respiro lento, emerge una città capace di sorprendere, di ricordare, di invitare a camminare tra le sue storie, le sue fragilità e le sue infinite possibilità.

Lamia Joreige, Uncertain Times – Fayçal, 2021
Lamia Joreige, Uncertain Times – Fayçal, 2021, tecnica mista su carta, 150×80 cm.

Tra le opere che definiscono la mostra Shifting Crossroads, Uncertain Times – Locusts (2021) di Lamia Joreige emerge con la forza silenziosa di una memoria che pulsa. Su carta, tra inchiostro, pastello e tecniche miste, l’opera intreccia documenti d’archivio, appunti manoscritti e piccoli disegni, ricomponendo frammenti di un periodo turbolento intorno al crollo dell’Impero ottomano.

Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 1, 2022
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 1, 2022, tecnica mista su carta, 34,5×25,5 cm.
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 2, 2022
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 2, 2022, tecnica mista su carta, 34,5×26 cm.
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 5, 2022
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 5, 2022, tecnica mista su carta, 34,5×47 cm.
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 6, 2022
Lamia Joreige, Uncertain Times – Creation of a Nation 6, 2022, tecnica mista su carta, 34,5×25,5 cm.

Rivolte arabe, mutamenti diplomatici e l’invasione di locuste del 1915–1916 emergono come presenze quasi tangibili, sospese tra devastazione e possibilità di rinascita. Sono eventi che sembrano respirare attraverso il tempo, che continuano a pulsare nel presente, come se ogni carta, ogni appunto e ogni disegno custodisse una memoria in attesa di essere letta. I segni sulla carta oscillano tra precisione e dissolvenza: tratti netti si mescolano a sfumature delicate, mentre le locuste, simboli di fragilità e distruzione, attraversano la superficie come echi di eventi che continuano a risuonare nel presente. Non si tratta di ricostruire la storia in sequenze lineari, ma di evocarne la densità e la complessità, di rendere visibile la tensione tra caos e connessioni possibili. Ogni frammento, ogni annotazione, diventa un punto di contatto tra ciò che è accaduto e ciò che ancora può accadere, tra memoria individuale e memoria collettiva. Lo sguardo dello spettatore, così guidato, diventa un atto di attraversamento: camminando tra le pieghe del tempo, si percepiscono le tensioni, le pause e i momenti di inattesa armonia che si intrecciano nella trama storica, trasformando la frattura in soglia, la distruzione in possibilità di rinascita.

Le opere di Lamia Joreige, formate da diversi documenti e disegni, diventano così uno spazio di soglia: le fratture storiche non appaiono come interruzioni definitive, ma come punti da abitare, attraversare e comprendere. Ogni dettaglio invita a riflettere sulla persistenza delle incertezze e sul modo in cui la memoria individuale e collettiva dialoga con le vicende storiche. In questo incontro tra passato e presente, Uncertain Times offre uno sguardo attento e poetico: un invito a percepire la storia non come archivio statico, ma come tessuto vivo, un ecosistema in essere e capace di trasformare vulnerabilità in possibilità di relazione, connessione e continuità. È in questo stesso spirito che il Circolo si trasforma in una piattaforma critica che mette in discussione le coordinate geografiche e culturali convenzionali. Milano diventa così punto di intersezione, crocevia temporaneo in cui Beirut si disloca, si traduce e si reinventa. Varcare questa soglia significa, allora, non solo entrare in uno spazio, ma accettare di ri-orientarsi: perdere le mappe conosciute per ri-trovarle, mutate, in una nuova configurazione del possibile.