Quanto costa restare fedeli ai propri principi?

Sulla Biennale di Venezia e il dissenso

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Ci sono eventi che non finiscono nel momento in cui accadono, ma continuano a muoversi dentro le persone, nei discorsi, nei silenzi, nelle domande che lasciano aperte. È per questo che ho avuto bisogno di tempo prima di scrivere della Biennale di Venezia.

Non per esitazione, ma perché certe questioni chiedono ascolto prima ancora che opinioni. Ho parlato con chi c’era, con chi ha preso posizione, con chi ha scelto il silenzio o l’assenza. Ho cercato di comprendere le ragioni che abitano entrambi i lati, perché ogni gesto, anche il rifiuto, porta con sé una visione del mondo.

Eppure, al di là delle interpretazioni, resta qualcosa di innegabile: la portata storica di ciò che è accaduto. Non tanto per l’evento in sé, ma perché ha reso visibile una tensione che attraversa da tempo il(i) mondo(i) dell’arte e, forse, il nostro stesso modo di stare insieme.

Per anni il mondo dell’arte ha abitato una contraddizione quasi elegante: parlare di libertà senza doverne sostenere davvero il peso. Ma cosa succede quando quella libertà smette di essere linguaggio curatoriale e diventa richiesta concreta, pressione reale, responsabilità politica?

Forse è proprio lì che nasce il disagio, o meglio, la lotta. Perché ogni volta che qualcuno prova a spostare il confine tra estetica ed etica, l’istituzione si ritrova improvvisamente nuda, costretta a scegliere cosa sia disposta a perdere pur di restare coerente con l’immagine che costruisce di sé. E quando artisti, artiste e collettivi chiedono coerenza tra estetica ed etica, non stanno necessariamente distruggendo l’istituzione; forse stanno tentando di restituirle una possibilità di senso.

È ciò che da anni portano avanti collettivi come ANGA, Galassia, Vogliamo Tutt’altro, Sale Docks, Mi Riconosci, Biennalocene: una pratica di resistenza, quasi ostinata, contro l’anestesia morale che spesso attraversa il(i) sistema(i) dell’arte. C’è qualcosa di profondamente umano nella loro perseveranza. Una forma di fede, persino. La capacità di continuare a esporsi senza garanzia di cambiamento. E riconosco che quella stessa forza, quella stessa radicalità, a volte manca anche a me.

La vera domanda è: quale forma può assumere un’istituzione quando viene attraversata dal dissenso invece che limitarsi a contenerlo?

Non so se una fusione tra questi mondi sia davvero possibile. Forse alcune distanze sono necessarie. Forse il conflitto non è il fallimento del dialogo, ma la sua forma più sincera. Forse è proprio nella tensione irrisolta tra potere e desiderio di trasformazione che l’arte continua a trovare la propria urgenza vitale.