Un incontro può nascere da una domanda condivisa più che da un tema dichiarato. È ciò che accade quando Alessandro Puccia, Michele De Lucchi, Michela Rogora e Marta Pizzolante si trovano nello stesso spazio di confronto, guidati da Clelia Patella: non una semplice conversazione, ma un movimento che procede per associazioni, scarti, risonanze. Il dialogo si costruisce attorno a One Drop, progetto presentato alla quindicesima edizione di MIA Photo Fair BNP Paribas, nella sezione Focus Latino curata da Rischa Paterlini, e che prende la forma di un attraversamento più che di una presentazione.
Il 22 marzo 2026, in chiusura della fiera, il talk in questione si configura come un dispositivo curatoriale capace di intrecciare pratiche artistiche, riflessione scientifica e urgenze ambientali, assumendo l'acqua non tanto come tema quanto come medium concettuale attraverso cui leggere il presente.
C'è qualcosa di primordiale e insieme sfuggente nell'acqua: una materia che conserva, riflette, trasforma. Il progetto — condotto tra l'altro durante il World Water Day istituito dalle Nazioni Unite nel 1993 — ha rafforzato questa postura critica, inscrivendo il discorso in una dimensione globale segnata da una crescente instabilità idrica e da disuguaglianze nell'accesso alla stessa che oggi coinvolge anche geografie considerate fino a poco tempo fa immuni, rendendo evidente come la crisi dell'acqua sia insieme materiale e culturale, e che richieda quindi nuovi immaginari oltre che nuove politiche.
In questo senso, il talk ha operato uno slittamento significativo, proponendo l'acqua come agente estetico e cognitivo, capace di incidere sulle modalità percettive e sugli stati mentali, attivando quella condizione descritta dalla teoria del Blue Mind, in cui la fluidità, l'assenza di spigoli e la natura dinamica dell'elemento acquatico inducono una sospensione della vigilanza e una apertura alla cosiddetta soft fascination, uno spazio intermedio in cui il pensiero si fa poroso, disponibile al mind-wandering e quindi alla produzione di nuove connessioni. Qui il discorso non accompagna l'opera: la riattiva. Ogni intervento apre una possibile traiettoria, ogni punto di vista aggiunge una variazione, come se il progetto continuasse a scriversi nel momento stesso in cui viene discusso.
One Drop si inserisce nel tema Metamorfosi, che attraversa l'intera fiera, ma lo fa scegliendo una via discreta e radicale allo stesso tempo: partire dall'acqua per interrogare il cambiamento.
Nelle immagini di Alessandro Puccia l'acqua non è mai soltanto ciò che appare. È ciò che trattiene e ciò che sfugge, ciò che conserva una traccia e, nello stesso istante, la dissolve. Superfici, riflessi, passaggi: ogni elemento sembra sospeso in uno stato intermedio, come se appartenesse già a un'altra forma. La fotografia diventa allora uno spazio di transizione, un luogo in cui la materia si osserva mentre cambia.
In questo senso, l'esperienza neuroestetica non viene intesa come contemplazione passiva ma come forza trasformativa, capace di destabilizzare e ricalibrare la percezione, quasi "infettandola" ma in senso positivo, spostando l'osservatore fuori da assetti cognitivi consolidati. Da qui la necessità, emersa nel discorso curatoriale, di ripensare anche il ruolo dell'architettura come pratica capace di costruire condizioni di coabitazione, favorendo forme di comunità e spazi condivisi che mantengano una qualità "fertile" del vivere, dove ciò che viene progettato non esaurisca ma continui la capacità generativa dell'ambiente.
Tuttavia, questa prospettiva si confronta con la vulnerabilità intrinseca dell'acqua stessa, la cui composizione chimica si modifica in relazione al contesto, rendendola particolarmente esposta agli effetti degli inquinanti emergenti. Microplastiche, PFAS e altre sostanze agiscono in modo spesso invisibile ma incisivo, ridefinendo la qualità dell'acqua e, di conseguenza, quella dell'esperienza umana. In un momento storico in cui la scarsità non è più un'eccezione ma una condizione diffusa, diventa imprescindibile spostare l'attenzione dalla sola disponibilità alla qualità, riconoscendo l'acqua come elemento essenziale non solo per la sopravvivenza biologica ma per la possibilità stessa di costruire futuri condivisi.
One Drop si inscrive così in una linea curatoriale che utilizza l'acqua come lente per osservare intersezioni complesse tra percezione, ecologia e progettualità, restituendo un campo aperto in cui l'elemento acquatico non è oggetto ma soggetto attivo, capace di mettere in crisi, con la sua stessa natura fluida e relazionale, ogni tentativo di fissare definitivamente le forme del vivere contemporaneo. Dunque, in questo scambio, One Drop si rivela meno come un insieme di immagini e più come un processo: qualcosa che non si esaurisce nella visione, ma continua nel pensiero che genera.