Sono innocu*, ma mordo

Il corpo tra mercificazione, femminismo e lotta di classe

Manifestazione femminista, anni '70
Manifestazione femminista, Roma, anni '70.

«Prendendo coscienza dei condizionamenti culturali, di quelli che non sappiamo, non immaginiamo neppure di avere, potremmo scoprire qualcosa di essenziale, qualcosa che cambia tutto, il senso di noi, dei rapporti, della vita. Via via che si andava al fondo dell'oppressione il senso della liberazione diventava più interiore. Per questo la presa di coscienza è l'unica via, altrimenti si rischia di lottare per una liberazione che poi si rivela esteriore, apparente, per una strada illusoria.»

Carla Lonzi

Quando il corpo, con la sua capacità di sovvertire norme e generare piacere, diventa merce, sorge una domanda cruciale: può essere considerato un atto di ribellione politica o è solo un'altra forma di sottomissione al mercato? Il corpo, crocevia di potere, identità e desiderio, è al centro di un dibattito complesso. Nel femminismo e nel pensiero queer, esso assume un doppio ruolo: simbolo di resistenza e luogo di sfruttamento.

La mercificazione del corpo — sessuale o lavorativa — sfida dicotomie fondamentali come libertà e oppressione, scelta e costrizione. In un sistema capitalistico che trasforma tutto in merci, il corpo diventa il terreno di un paradosso: mentre si rivendica autodeterminazione, il mercato lo reclama come proprio. Dove finisce il controllo individuale e inizia lo sfruttamento?

La relazione tra femminismo e vendita del corpo include questioni come lavoro sessuale, maternità surrogata e mercificazione dell'immagine. Alcune correnti femministe rivendicano queste pratiche come espressione personale e fonte di sostentamento economico. Altre evidenziano i rischi di oggettivazione e perpetuazione di dinamiche patriarcali in un contesto capitalistico.

Ad esempio, Marina Abramović, nella performance Role Exchange (1975), sfida le convenzioni sociali e mette in discussione i confini tra identità sociale e professionale. Il pubblico assume un ruolo cruciale nell'opera, che destabilizza e provoca. «Che cosa è successo? È successa l'arte»2, afferma l'artista, sottolineando come questo lavoro non si limiti a un contesto ristretto, ma coinvolga ciascuno di noi, intrecciandosi con le dinamiche della nostra vita quotidiana.

Marina Abramović, Role Exchange, 1975
Marina Abramović, Role Exchange, performance, 1975.

Le pratiche artistiche femministe sono fondamentali nella lotta per l'uguaglianza di genere, usando l'arte per resistere, criticare e trasformare la cultura. Nel tempo, queste si sono evolute: artiste come Martha Rosler si interrogano su temi fondamentali: «Take the Money and Run? Can Political and Socio-Critical Art 'Survive'?»3. In un'epoca in cui il capitalismo domina — e al contempo mostra segni di crisi — diventa essenziale riflettere sul ruolo e sulla funzione dell'arte in questo scenario.

"Il corpo diventa il terreno di un paradosso: mentre si rivendica autodeterminazione, il mercato lo reclama come proprio."

Il corpo operaio, l'altra merce

Parallelamente, il corpo operaio offre un'altra lente critica. Il lavoro alienante trasforma il corpo in un mero strumento per generare profitto, ricordando la prostituzione: durante le ore lavorative, il corpo dell'operaio diventa proprietà del datore di lavoro, ridotto a forza lavoro disumanizzata. L'operaio, come la prostituta, sacrifica identità e dignità. Tuttavia, il lavoro operaio è socialmente accettato, mentre la prostituzione è stigmatizzata. Entrambi, però, rivelano un sistema che riduce le persone a risorse, ignorandone l'essenza umana.

Sciopero Pirelli, manifestazione operaia
CISL — CGIL — UIL, sciopero Pirelli, manifestazione operaia.

Nella contemporaneità la tipologia di lavoro più richiesta è la prostituzione intellettuale: concetto utilizzato per descrivere una situazione in cui vengono messe a disposizione le proprie capacità intellettuali, creative e/o professionali in cambio di un vantaggio economico, di potere o di visibilità, sacrificando valori personali, etica o autenticità. In questo contesto, il termine non si riferisce all'attività fisica, ma al conformarsi alle richieste di un sistema spesso associato a campi come il giornalismo, l'arte, la ricerca accademica e il marketing, dove chi lavora può trovarsi costretto a produrre contenuti o risultati che servono unicamente interessi esterni, spesso discutibili.

Il concetto è strettamente legato al dibattito sulla libertà intellettuale e sull'integrità personale nel contesto di un mercato sempre più competitivo e spesso spersonalizzante. La prostituzione intellettuale, diventata una metafora sempre più calzante per descrivere il panorama lavorativo attuale, è tra le cause e le conseguenze della sostituzione progressiva — nonché inarrestabile e irrefrenabile — degli operai con le macchine. È la prefazione di un mondo in cui l'automazione e il lavoro digitale si affermano come settori predominanti.

Questa transizione non è esente da compromessi: spesso il lavoro intellettuale viene svenduto al miglior offerente, sacrificando creatività, etica e autonomia sull'altare della produttività e del profitto. La società sembra premiare più la capacità di adattarsi alle richieste del mercato che l'autenticità e il valore intrinseco delle competenze umane. «Bisogna disporsi attivamente ad attendere l'imprevisto. E questo dipende dalla capacità del lavoro precario e intermittente di farsi valere in modo spietato»4 — afferma, in un'intervista, il filosofo Paolo Virno confrontando i movimenti del '77 con la nostra situazione attuale.

Dagli anni '70 a oggi: un nuovo manifesto

Negli anni '70, femminismo e lotte operaie si intrecciavano. A Milano, cuore del femminismo radicale, e a Roma, centro di collettivi come Rivolta Femminile, si svilupparono battaglie contro oppressione e disuguaglianze. Temi come aborto, violenza di genere e lavoro domestico divennero centrali. Rivolta Femminile, co-fondata da Carla Lonzi e Carla Accardi, produsse un manifesto che rifiutava ogni definizione patriarcale delle donne.

Il loro manifesto è un documento fondamentale del femminismo italiano, in cui si afferma che la donna non è una "minoranza" da emancipare, ma un soggetto autonomo che rifiuta il dominio maschile. Rivolta Femminile ha avuto un impatto duraturo nel ridefinire il dibattito culturale in Italia. Oggi, il femminismo è più diversificato e intersezionale, ma la lotta continua.

Come negli anni '70, serve un nuovo manifesto che affermi: non siamo merci né territori da conquistare, ma persone libere, che rifiutano ogni sfruttamento invisibile e non riconosciuto. Solo unendo femminismo, queer e lotte collettive si potrà sfidare il sistema che riduce il corpo a funzione utilitaristica, riconquistando spazi di libertà autentica e affermando "noi siamo qui".

L'urgenza di intervenire è confermata dal numero già allarmante di femminicidi registrati in Italia nel 2025. Il nuovo anno si è aperto con l'omicidio di Eliza Stefania Feru e con una sentenza del Tribunale Penale di Modena. L'esigenza di affrontare con determinazione il fenomeno della violenza di genere suggerisce la necessità di un manifesto rinnovato attraverso i seguenti 10 principi fondamentali:

  1. Rottura del patriarcatoIl femminismo è un movimento per la giustizia e la libertà, non contro gli uomini.
  2. Uguaglianza radicalePari diritti e opportunità per tutt*, contro ogni forma di discriminazione e oppressione.
  3. Giustizia ambientaleLa crisi climatica va affrontata includendo le donne nelle decisioni.
  4. Diritti digitaliSicurezza online contro odio e molestie di genere.
  5. Rappresentanza equaPiù donne in politica, economia, cultura e scienza.
  6. Azione immediataAgiamo ora, senza aspettare permessi o momenti ideali.
  7. Impegno costanteTrasformazione quotidiana per un futuro inclusivo.
  8. Lavoro e autonomiaValorizzazione del lavoro femminile e fine del divario salariale.
  9. AutodeterminazioneDifesa dei diritti sui propri corpi e della salute riproduttiva.
  10. Educazione sessualeFormazione inclusiva per superare stereotipi e ruoli di genere.
"Non siamo merci né territori da conquistare, ma persone libere, che rifiutano ogni sfruttamento invisibile e non riconosciuto."

«La vera lezione che abbiamo appreso dall'epoca "post-politica" è l'esistenza di un minimo di deliberazione sui fini collettivi che non può essere tenuta fuori dalla sfera pubblica per sempre. Senza il riemergere di un'organizzazione di massa, tuttavia, ciò può avvenire solo a livello discorsivo, arbitrato dai media: ogni grande evento viene analizzato per il suo carattere ideologico, producendo controversie che si articolano tra campi sempre più chiaramente delineati sulle piattaforme social, e che vengono poi amplificate dai media preferiti di ciascuna delle parti in causa»5.

  1. C. Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, a cura di A. Buttarelli, La Tartaruga, Milano 2023, p.11
  2. M. Abramović, Attraversare i muri. Un'autobiografia, Bompiani 2016
  3. e-flux.com — Take the Money and Run?
  4. ilmanifesto.it — Paolo Virno, 1977
  5. A. Jäger, Iperpolitica. Politicizzazione senza politica, NERO Editions, 2024, p.144