Visionaria, disobbediente, femminista. Milli Gandini (Varese, 1941 – Castiglione Olona, 2017), artista e agitatrice culturale, dimostra grande capacità critica di fronte a quella che, a suo tempo, era la città in cui viveva: una Varese degli anni '70 soffocata dal grigiore dei rigurgiti neofascisti che tentavano di spegnere ogni dissenso.
La linea è quella dura, senza vie di mezzo, picchiare sodo «per ripulire il centro di Varese dalle canaglie rosse». Dalla gestione del federale Francesco Guerrieri sino al 1971, a quella commissariale di Osvaldo Magnaghi sino alla vigilia delle elezioni politiche del 1972, all'uscita allo scoperto di Luigi Bombaglio, il Msi-Dn si presenta soltanto con il volto della violenza.
Varese – permeata dalle ideologie dell'estrema destra – faceva parte del cosiddetto triangolo nero insieme a Brescia e Milano; eppure, erano gli stessi anni in cui De André, con Né al denaro, né all'amore, né al cielo (1971), dà voce agli ultimi, ai ribelli, a chi rifiuta di piegarsi. All'epoca, il dissenso non era solo un atto di coraggio, ma una necessità urgente e indispensabile.
Artiste come Milli Gandini lo avevano compreso profondamente, trasformando la loro pratica in un manifesto di resistenza. La sua opera Salario al lavoro domestico (1975) – tanto irriverente quanto fondamentale – smaschera le ipocrisie del suo tempo, raccontando la donna fuori dagli stereotipi, fuori dalle regole imposte.
Ma cosa accomuna la polvere al neofascismo? Sono trascorsi cinquant'anni dalla performance dell'artista immortalata in una serie di fotografie in bianco e nero, eppure la sua lotta è ancora attuale. L'urgenza delle istanze femministe non si è dissolta: continua a vivere, a interrogarci, a chiedere risposte.
Il Gruppo Femminista Immagine
È con questo spirito che nel 1974 nasce un audace collettivo militante: «Non ricordiamo se in una giornata di sole o di pioggia, ma sicuramente in un momento di felicità, abbiamo dato vita con Mirella Tognola al Gruppo Femminista Immagine di Varese», raccontano le fondatrici.
In un'epoca in cui l'arte era vista come un'attività inadeguata per le donne – era credere comune che queste non fossero capaci di affrontare il lavoro artistico con la dovuta serietà, ma che piuttosto dovessero limitarsi nel considerarlo un semplice hobby – Milli incontra Mariuccia Secol e altre compagne con cui intraprende un percorso di collaborazione.
Inoltre, negli anni '70 si era soliti pensare che le donne dovessero rimanere a casa, dedicarsi alle faccende domestiche, alla cucina e alla cura dei figli. In questo clima, Milli Gandini veniva spesso ricordata unicamente come la moglie del designer Innocente Gandini (Legnano, 1941 – Varese, 2016), riducendo così la sua identità e il suo talento a un semplice attributo.
L'estetica della ribellione
Eppure, l'estetica dell'artista non passava inosservata: una chioma ribelle alla Angela Davis, abiti africani, un corpo che un tempo aveva contemplato la vita monastica, ma che, intuendo in anticipo le restrizioni di quell'ambiente, sceglie di lottare per la libertà che sapeva di meritare.
Dal suo modo di essere e di vivere si evince un forte atteggiamento rivoluzionario: da sempre fedele ai suoi ideali era convinta che l'arte fosse un potente strumento di riscatto e trasformazione sociale. Per lei, la creatività femminile non era un semplice passatempo, ma un'arma di resistenza, un gesto sovversivo, una forza capace di scuotere il mondo.
Milli Gandini nella sua ricerca anticipa quella che sarà l'iconica frase del docu-film The Social Dilemma (2020), ossia «se il prodotto è gratis, il prodotto sei tu». L'artista, con il suo approccio provocatorio, invita a riflettere sulle dinamiche di potere e sulle ingiustizie sociali, chiedendosi perché il lavoro domestico non venga retribuito e sottolineando la necessità di una consapevolezza critica rispetto al tempo che impieghiamo.
Questa forma di "artivismo" femminista rappresenta una risposta culturale e politica all'ambiente neofascista circostante, proponendo una visione alternativa e progressista del ruolo della donna nella società.
Oggi qualcosa è cambiato, ma la strada da percorrere è ancora lunga: in un 2025 in cui le destre dominano gran parte del pianeta, cosa ci resta se non l'arte? La vera speranza è che le nonnine del futuro non sfoggino chignon ordinati, ma chiome ribelli e dense di una sana rabbia rivoluzionaria. Chiome che urlino al mondo: «Io, così, non ci sto».